Mostra nella Galleria della Recoleta. Buenos Aires, giugno 2007
Di Osvaldo Mastromauro

Graciela Ieger
o La licenza dell’ordine
Ogni frammento della luna rotta
Diventa allora implaccabile specchio

Leopoldo Lugones *

La figura urbana, con aria di solitudo ** si imporre nelle tele di Graciela Ieger come musica da camera, il suo scorcio delle figure è come nascondere il tempo, che si mostra - paradossalmente - quasi congelato, attraverso il disegno preciso e l’approccio esatto. Questa sorte di sospensione fa emergere non solo lo sguardo velato, ma anche in essa la situazione vitale degli "apresentati, il loro "essere presenti" ***, contrappuntata dall'apertura a piani di visione le cui fughe giocano a controluce. L'edificio gravita, s’impone - fortemente - in un'area che non riesce a dissolversi, poiché rimontato: questo rapporto tra quiete e movimento, con un certo ritardo momentaneo, è un'etichetta dove la distanza e misura formano parte di un algoritmo Pitagorico.
Prima il valore nella luce, laddove la vibrazione del colore raggiunge un certo assoluto di intonazione, il visitatore osserva la città, che a sua volta contiene, in una zona dove le auto oscillano tra il circolare e restare fermi, mentre gli edifici rimbalzano e riflettono riflessi frattali. L’abituale è rivisitato da questo sguardo affatto ingenuo, ma che ha la grazia di sembrarlo.
Cosa si commemora al vedere le mura e le strade delle signore di quartiere con la loro borsa della spesa, che interno effluvio nasconde ed emana da quell’intensa quiete: forse il movimento della vita contemporanea, in quelle lunghe pareti temperate, di linee perfette, presumibilmente nella parabola che descrive il pavimento ....?. Scanalature nella roccia, riflessi nelle finestre di edifici torreggianti e irraggiungibili, lasciano discorrere un uomo in bicicletta, che distratto, contribuisce senz’altro a precisare ancora le ragioni per nascondere la matrice, in quelle strade a volta, con piccoli e certissimi tochhi di luci e colori.
Ieger scrive un poema quando dipinge un quadro, questa presenza di ombre o di uno strano scorcio effettivamente diventano visibili, e lì si tocca un punto essenziale - a mio parere - del suo lavoro: la visibilità va dall’apparente reale a gradi di apparenza in cui le opacità, che un grammo di nebbia farebbe diventare oscure, possono saggiamente essere graduate in modo che la luce, quel grande protagonista, dimostri in pienitù il suo splendore.

Così, l'anima nascosta nell’urbano fa da semplice abitante, stella, anche in assenza, poiché è il partner silenzioso di questi circuiti che lei presenta come una meravigliosa lingua non ancora decifrata; quell’alto cielo, il fiume che a volte scorre silenzioso da dietro, sospende il quotidiano, la presunta vicinanza, che non possono nascondere la profonda e umanizzata architettura - licenza di ordine – che la pittrice scandisce come un perfetto e sensibile alessandrino lugoniano.

* Opere complete, Aguilar, 1974, pág. 877.
** solitudo: vita isolata o indifesa, Dizionario Spes de latín, 1958, pag. 471.
*** valgano le licenze, que aspiriamo che Lugones, in quella prima, e Heidegger in questa, non avrebbero disapprovato.